Giacomo Leopardi e l’Inno a Nettuno, II PARTE

di Anna Fraddosio Commenta

Oggi continueremo a leggere l’Inno di Nettuno scoperto e tradotto da Giacomo Leopardi. L’autore dell’inno rimane ad oggi sconosciuta. Godetevi in piccoli pezzi questo meravigliosa dedica al Dio greco del mare, così antica quanto il Dio.

inno-nettuno

“Su le ginocchia piangendo, e preghi
Porse a la Terra e a lo stellato Cielo:
O Terra veneranda, O Cielo padre,
Deh riguardate a me, se pure è vero
Che di voi nacqui, e questo figlio mio
Da l’ira di Saturno astuto nume
Or mi salvate, sì ch’egli nol veda,
E questi ben ricresca e venga adulto.
Così pregava Rea di belle chiome,
Poi che per te di fresco nato, in core
Sentia gran tema: e per gli eccelsi monti
Ed il profondo mare errando giva
L’eco romoreggiante. Udilla il Cielo
E la feconda Terra, e nera Notte
Venne sul bosco, e si sedè sul monte.
Ammutarono a un tratto e sbigottiro
I volatori de la selva, e intorno
Con l’ali stese s’aggir vicino
Al basso suol. Ma t’accogliea ben tosto
La Diva Terra fra sue grandi braccia;
Nè Saturno il sapea, chè nera Notte
Era su la montagna. E tu crescevi,
Re dal tridente d’oro, ed in robusta
Giovinezza venivi. Allor che voi
Di Rea leggiadra figli e di Saturno,
Tutto fra voi partiste, ebbesi Giove,
Che i nembi aduna, lo stellato Cielo;
Il mar ceruleo tu; s’ebbe Plutone
De l’Averno le tenebre. Ma tutti
Tu de la terra scotitor vincevi,
Salvo Giove e Minerva. E chi potrebbe
Con l’Olimpio cozzare impunemente?
Il cielo tu lasciasti, e teco il figlio
De la bianca Latona in terra scese:
Ed al superbo Laomedonte alzavi
Tu dell’ampio Ilion le sacre mura;
Mentre ne’ boschi opachi e ne le valli
De l’Ida nuvolosa i neri armenti”…

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