Giacomo Leopardi e l’Inno a Nettuno, VI PARTE

di Anna Fraddosio Commenta

Siamo giunti al termine di questo Inno sacro dedicato al dio del mare, Nettuno. Come abbiamo ribadito negli scorsi articoli, l’autore di questo bell’inno è ignoto, e molte, nel corso degli anni sono state le supposizione di chi si fosse. Scoperto e tradotto dal greco da Giacomo Leopardi, lui stesso al suo amico editore Giordani scrisse che l’autore non voleva essere nominato; si pensa però, dato il modo di scrittura, che fu lo stesso Leopardi a scriverlo e a non voler prendersi il merito dell’inno, il perchè rimane sconosciuto.

Egeo ti noma e Cinade e Fitalmio.
Io dirotti Asfaleo, poiché salute
Tu rechi a’ naviganti. A te fa voti
Il nocchier quando s’alzano del mare
L’onde canute, e quando in nera notte
Percote i fianchi al ben composto legno
Il flutto alti-sonante, che s’incurva
Spumando, e stanno tempestose nubi
Su le cime degli alberi, e del vento
Mormora il bosco al soffio (orrore ingombra
Le menti de’ mortali), e quando cade
Precipitando giù dal cicl gran nembo sopra l’immenso mare. O Dio possente
Che Tenaro e la sacra Onchestia selva
E Micale e Trezene ed il pinoso
Istmo ed Ega e Geresto in guardia tieni,
Soccorri a’ naviganti; e fra le rotte
Nubi fa che si vegga il cielo azzurro
Ne la tempesta, e su la nave splenda
Del sole o de la luna un qualche raggio
O de le stelle, ed il soffiar de’ venti
Cessi; e tu l’onde romorose appiana,
Si che campin dal rischio i marinai.
O nume, salve, e con benigna mente
Proteggi i vati che de gli’inni han cura.”

FINE

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